«Branding is storytelling, and storytelling is a creative work. While Jobs is mainly referring to products in this quote, his words are just as applicable to branding, something that’s evident in everything the Apple brand does.» Steve Jobs
Lo storytelling, ovvero l’arte di raccontare e raccontarsi, è una tradizione che esiste fin dall’antichità. Personalmente lo farei risalire ai primi racconti epici in cui storia e mitologia si fondevano per esaltare le gesta di un sovrano o un intero popolo.
La stessa Eneide, per fare un esempio, può essere vista come lo storytelling dell’Impero Romano che, una volta caduta la Repubblica, si trovò costretto a legittimare il potere del successore di Cesare, l’imperatore Augusto.
Così, richiamando gli antichi fasti della Gens Iulia, l’antica stirpe del leggendario Enea, Virgilio raccontò le origini di un potere che potesse uniformare i tumulti del primo periodo augusteo.
Tornando ai giorni nostri, invece, lo storytelling è diventato un termine strettamente “markettaro” e legato al concetto di brand. Perché prima di tutto il brand deve raccontare una storia, e questa storia deve rispecchiare i valori dell’azienda.
Il primo esempio di storytelling aziendale dell’epoca moderna è senza dubbio il video promo del primo Macintosh di Apple proiettato durante la finale di SuperBowl del 1984.
Il video diretto da Ridley Scott è entrato di diritto come uno dei cult del marketing, nonché uno dei migliori video del secolo.
Facciamo una breve contestualizzazione e individuiamo il perché questo video fu un vero e proprio successo; all’epoca Apple non era di certo il colosso che è ora, si trattava di una realtà di nicchia che si scontrava contro la ben più grande e prestigiosa IBM.
Il punto di svolta per l’azienda californiana è stata la presa di coscienza di sé, del proprio brand e del proprio target di riferimento, puntando sui giusti canali (SuperBowl) e sull’imediatezza e semplicità di linguaggio.
Il caso di Apple rende chiaro che lo storytelling deve emozionare, contiene al suo interno quindi un’emozione legata al prodotto in sé o, come nella maggior parte dei casi, legata al brand, al marchio.
Il punto di partenza è sempre il Perché, vero e proprio snodo fondamentale per instillare nella testa del consumatore una serie di valori identitari che esulano dalle caratteristiche tecniche del prodotto. Abbiamo parlato di emozione, per questo, per quanto possa essere determinante la bontà del prodotto che vogliamo vendere, non arriverà mai all’intensità percepita di una storia ben raccontata.
Lo storytelling non vuole convincere all’acquisto, vuole coinvolgere, attivando il pensiero laterale delle persone, e molto spesso è proprio questo il punto di partenza della vendita.
Spesso infatti ci si dimentica quello che è lo scopo di tecniche come lo storytelling, e molti si fanno ammaliare da una teoria svuotata del fine ultimo del marketing: vendere.
Tuttavia, lo storytelling nasce ancora prima di ogni azione commerciale, lo potremmo collocare nel momento in cui nasce ogni brand. Se un brand fosse una casa, lo storytelling potrebbe essere le fondamenta, il punto di partenza da cui costruire un progetto basato sui valori che si vogliono trasmettere al consumatore, quelli che ci distingueranno da tutti gli altri una volta sul mercato.
Ma come si costruisce uno storytelling efficace? Giovanni Cavaliere, nel suo Gestione del Brand e Reputazione, parla di tre momenti fondamentali nella costruzione di un buono storytelling:
AVERE UN PROTAGONISTA: la famosa parabola dell’eroe, al pubblico serve un protagonista in cui immedesimarsi, in grado di raggiungere grandi risultati dopo mille sacrifici.
CREARE UN ANTAGONISTA: L’antagonista, nel caso dello storytelling d’impresa, è il cliente insoddisfatto che ha bisogno di risolvere un problema, ed è proprio l’azienda che dovrà trovare una soluzione.
PRESENTARE UN AHA MOMENT: Un Aha moment, secondo Guber, è il momento in cui l’utente realizza per la prima volta il valore di un prodotto.
Nel caso dello storytelling, i clienti arrivano quindi alla soluzione del problema.